L’USCITA DALLA CRISI DELL’ECONOMIA ITALIANA

LAVORO, LA STRADA GIUSTA SU CUI CONTINUARE A PUNTARE,

NON TASI E IMU.

 

 

Chieri 30/09/2015

Il 2015 è l’anno dell’uscita dell’economia italiana dalla recessione: le proiezioni indicano un livello di crescita dello 0,7 per cento e dell’1,5 per cento per il 2016. I dati positivi figurano un tasso di disoccupazione in discesa, dal 12,6 per cento del 2014, all’ 11,9 per cento del 2016, mentre per l’anno in corso, dovrebbe attestarsi tra il 12,3 e il 12,2 per cento (Bollettino economico, Banca d’Italia, 2015). I dati sopra riportati, sono determinati prelavelentemente da variabili esogene al sistema economico italiano, e in minor parte da quelle endogene. Le prime, principalmente, le possiamo individuare nel Quantitive easing, grazie al quale l’Euro si è svalutato e nel calo del prezzo del petrolio. Queste due azioni, addizionate alle riforme in atto, stanno facendo registrare un’espansione del Pil, anche se contenuta e non di pari forza rispetto alle principali economie sviluppate.  

Questi dati, seppur positivi, evidenziano la dificoltà del paese rispetto ai partners europei, ad uscire con determinazione dalla crisi economica, allorchè non in grado di sanare e determinare uno smarcamento dagli annosi problemi che la finanza pubblica e il sistema economico e produttivo italiano, hanno in essere. Per trattare il tema della crescita italiana, una delle vie obbligate è il mercato del lavoro. E’ noto che in Italia il costo del lavoro è molto alto per via della bassa produttività e del carico fiscale, il nostro paese è primo in Europa per la tassazione sul lavoro, ciò ha ricadute negative sulla produttività e di conseguenza sulla competitività del nostro sistema economico.  Un livello eccessivo del costo del lavoro, causato dal peso del fisco, disincentiva la domanda dello stesso, riducendo i salari netti, l’occupazione e la domanda interna. La questione del cuneo fiscale-contributivo, gravante sul lavoro, è fondamentale per recuperare competitività, stimolare gli investimenti e creare posti di lavoro.

IL BINOMIO LAVORO E CRESCITA

L’Italia si caratterizza nell’avere un mercato del lavoro con rigidità strutturali, una conformazione duale che distingue tra “insider” e “outsider”, e un’imposizione fiscale molto alta. Le ultime riforme varate sul tema mercato del lavoro, contenute nel  cosiddetto “Job Act” e nella legge di stabilità 2015, hanno rispettivamente riformato i contratti di lavoro e reso strutturale il “bonus” degli 80 Euro. I nuovi contratti a tutele crescenti, hanno oggettivamente reso il sistema più equo, rispetto al precedente modello, “insider” e “outsider”, che distingueva tra chi aveva un contratto a tempo indeterminato e chi no. La legge di stabilità 2015, attraverso il “bonus” di 80 Euro e alla decontribuzione triennale per i nuovi assunti a tempo indeterminato, ha consentito di ridurre, di poco, il peso del fisco sul lavoro. Il bonus, ha inoltre contribuito a sostenere la domanda interna, nonchè a indurre una ripresa dei consumi delle famiglie, crollati negli ultimi anni.  I dati disponibili, indicano che tra il 2001 e il 2013 il prodotto interno lordo italiano pro capite è calato del 6,5%, passando da 24.460 a 22.874 euro, mentre la media dell’UE-15 ha fatto registrare una crescita del 10%, da 21.153 a 22.362 euro. Il divario del Pil procapite italiano rispetto alla media dell’UE-15 si è ancor più allargato. Questo declino è provocato dal sempre minor livello della produttività del lavoro (Eurostat, 2014). La distanza si conferma con l’arretramento del Pil italiano rispetto alla media europea, che nell’arco temporale 2001 - 2014, ha registrato una crescita media annua inferiore di circa un punto percentuale rispetto ai Paesi dell’UE-15, ciò è connesso all’andamento negativo del tasso di crescita della produttività del lavoro e al basso contributo di sviluppo tecnologico misurato dalla produttività multifattoriale che anch’essa, ogni anno, nel medesimo periodo, ha perso l’1% circa, discostandosi dalla media dell’UE-15. In base alle ultime statistiche disponibili (2011) l’Italia è l’econo­mia meno competitiva d’Europa, con un indice di competitività di 111,2 (maggiore è l’indice e minore è la competitività), per contro la Germania, che, con un indice di 84,5, si attesta leader. La correlazione tra la crescita del Pil di un paese e il suo mercato del lavoro esiste sotto vari aspetti. Il primo è fondato sul tasso di crescita del Pil, il quale influenza direttamente le dinamiche del tasso di occupazione della popolazione. Esiste anche una triangolazione di relazioni tra la crescita del Pil, la disoccupazione e la domanda aggregata, quest’ultima composta anche dalla funzione di consumo, cioè i beni e i servizi richiesti e consumati dalle famiglie, la cui propensione è proporzionale al reddito disponibile. Alcuni aspetti strutturali del mercato del lavoro possono inficiare sulla crescita, in particolare, secondo la legge di Okun (che prende il nome dall'economista Arthur Melvin Okun): il grado di partecipazione al mercato del lavoro, il numero di ore lavorate per occupato e la produttività del fattore lavoro. Ovvio il binomio crescita-produttività, anche quest’ultima nel medesimo periodo è aumentata dell’1% contro il 10% della Francia, il 12% della Germania, e l’8,7% dell’area Euro. Analizzando il quadro sopra descritto e sapendo che un punto di Pil corrisponde a circa 15 miliardi di Euro, rimane semplice e intuitivo evincere quanto il sistema economico e produttivo italiano abbia perduto, in ricchezza e in posti di lavoro. La produttività del lavoro è aumentata nel decennio (2000-2010) del 3% in Italia, rispetto al 14% dell’Unione Europea, ciò significa aver perso competitività rispetto all’Europa (Reviglio, 2010). Tra il 2000 e il 2007 la produttività totale dei fattori, un indicatore che approssima le capacità tecnologiche e organizzative di un sistema produttivo, è addirittura arretrata in Italia (-0,4 per cento l’anno), mentre è aumentata di poco meno dell’1 per cento in media all’anno in Francia e in Germania (Banca d’Italia, 2012).

IL CARICO FISCALE SUL LAVORO

In base alle stime dell’Indagine Istat “Reddito e condizioni di vita”, nel 2010, il costo medio del lavoro dipendente, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, era di 31.038 euro all’anno. Il lavoratore, dell’importo lordo, percepisce una retribuzione netta del 53,8%, per un importo medio pari a 16.687 euro. Il reddito medio da lavoro autonomo, al lordo delle imposte e dei contributi sociali, era pari a 25.620 euro annui, mentre il reddito netto rappresenta il 67,6% del totale (17.328 euro). Il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo è quindi dato dalla differenza tra il costo sostenuto dal datore di lavoro e la retribuzione netta percepita dal lavoratore, che in media, è pari, al 46,2%. Il carico fiscale è ripartito tra contributi sociali elargiti dai datori di lavoro, per il 25,6%, e il restante 20,6% è a carico dei lavoratori sotto forma di imposte e contributi (Istat, 2010). Un’altra ricerca economica, a noi utile per analizzare il peso della tassazione sul lavoro, è implicit tax rate. Il tasso implicito di imposizione, misura l'aggregato del gettito fiscale in rapporto alla base imponibile potenziale analizzata. Nello specifico, l’analisi indica il carico fiscale medio reale sul lavoro, consumi e capitale. L’Implicit tax rate è quindi il carico fiscale reale sul lavoro ed è dato dal rapporto tra l'ammontare di imposte e contributi sociali versati sul reddito da lavoro e il costo del lavoro stesso. Il peso reale della tassazione implicita sul lavoro in Italia, nel 2012 è stato del 42.8%, la più alta tassazione in Europa (insieme al Belgio), contro il valore medio del 36.6% dell’unione Europea (EU-28). Sul capitale, il tasso implicito di imposizione, si è attestata ad un livello del 37% contro un 46,9% di Francia, 35,7% di UK, 25.3% di Spagna e 22,2% di Germania. Sui consumi, in Italia, il peso del fisco è al 17,7% contro  il 19,9% dell’unione Europea (EU-28), (Eurostat, Implicit tax rates by economic function, 06/2014).

In Italia la pressione fiscale media, sui consumi è inferiore alla media europea, il 16,3% contro il 20,9%. Bisogna però evidenziare che le basse entrate dell’IVA sono dovute alle aliquote ridotte, per i beni e i servizi intermedi e di prima necessità, oltre che alla diffusa evasione fiscale. Per quel che riguarda l’evasione, secondo un rapporto svolto per la Commissione europea (Reckon, 2009), in Italia il “Vat gap” ammontava nel 2006 a circa il 22%, ovvero il quarto valore più elevato dell’Unione europea, superiore di 10 punti percentuali rispetto alla media europea.

CONCLUSIONI

Questi dati e analisi sono inequivocabili ed evidenzano che le poche risorse disponibili devono essere investite sulla diminuzione dell’imposizione fiscale sul lavoro e non per diminuire le imposte sul patrimonio immobiliare. Risorse aggiuntive si protrebbero trovare attraverso una rimodulazione dell’imposizione fiscale, dalla funzione lavoro alla funzione consumo (il cosiddetto “tax shift”), suggerito anche dalla Commissione europea. Considerando la possibilità di implementare una riforma fiscale che riduca i contributi sociali che appesantiscono il costo del lavoro, compensando il minor gettito con un innalzamento delle aliquote sui consumi (imposte indirette, su valore aggiunto e accise), si otterrebbe ciò che, nel gergo accademico economico, si chiama “svalutazione fiscale e competitiva”. L’aumento dell’imposta sui consumi, non ha effetti sulle esportazioni perciò le imprese potrebbero beneficiare delle riduzioni del costo del lavoro divenendo più competitive e aumentando di conseguenza la produttività. Inoltre le imprese avrebbero un impatto positivo sull’Ebitda, grazie alla diminuzione del costo del lavoro, e quindi incentivate ad aumentare i volumi e i livelli di produttività, riducendo i prezzi, ma mantenendo gli stessi margini. Il Made in Italy risulterebbe più competitivo sia per il mercato interno che per quello internazionale. Questo tipo di approccio ridurrebbe le importazioni di prodotti esteri, per via del maggior onere dell’imposta a carico del mercato interno, ma non avrebbe effetti esogeni sulle esportazioni. Una riforma fiscale così orientata, produce effetti simili alla svalutazione monetaria, e se associata ad un aumento dei crediti fiscali a vantaggio delle imprese, mirati a ricerca e sviluppo, e agli investimenti tecnologici e infrastrutturali, potrebbe avere effetti positivi sulla produttività e sullo sviluppo tecnologico. L’imposta sui consumi è indiretta e tipicamente regressiva (la quota di reddito pagata come imposta, decresce al crescere del reddito), ma è anche vero che risulta essere un’imposta tendenzialmente proporzionale al reddito poiché un consumatore che ha un alto reddito, consumerà molti più beni voluttuari, gravati dall’aliquota più alta, rispetto a un consumatore con un reddito basso, il quale consumerà molti più beni di prima necessità e intermedi, gravati da aliquote più basse. In linea di principio, oltre che aumentare le tre aliquote, quella sui beni di prima necessità dal 4% al 5%, quella sui beni intermedi dal 10% al 12% e quella sui servizi dal 22% al 23%, è possibile introdurre un’aliquota sul valore aggiunto per una classe distinta di beni, come i beni di lusso nell’ordine del 25% (il massimo consentito dall’Unione Europea). La domanda dei beni di lusso ha una bassa elasticità al prezzo. Nell’ottica della riduzione dell’onere fiscale sul lavoro, la riduzione del peso dell’Irap va in questa direzione, l’imposta sull’attività produttiva ha un onere sul mercato del lavoro di circa il 2,5% di Pil.

Attuando questa proposta, che provocherebbe un innalzamento dell’inflazione italiana, che da un lato potrebbe in parte avere riflessi positivi sulla svalutazione del debito pubblico, non ridurrebbe il potere d’acquisto, per via dell’allentamento fiscale che i lavoratori si troverebbero a vantaggio sul salario. L’abolizione dell’IMU e della TASI, che è una tassa sui servizi indivisibili comunali rivolti alla collettività, come ad esempio la manutenzione stradale o l’illuminazione comunale, non va in questa direzione. L’imposta sugli immobili è il primo passo per poter attuare un federalismo fiscale utile ad efficientare la spesa delle amministrazioni locali, inoltre, se strutturata con un’equa progressività, può anche assolvere fini d’imposizione patrimoniale. Un’altra obiezione all’eliminazione dell’imposta sul pratrimonio immobiliare anzichè il proseguimento di una riduzione incisiva e “coraggiosa” del carico fiscale gravante sul lavoro, è data dal fatto che la redistribuzione non ha solo una dimensione reddituale o patrimoniale, ma soprattutto generazionale. E’ noto che in Italia la ricchezza patrimoniale è allocata in capo a una fascia di popolazione in età avanzata (tabella n°1). Nella tabella numero uno si evince che il 90% circa del patrimonio immobiliare è imputabile ad una fascia d’età oltre i 35 anni. Questa analisi, denota che l’eliminizazione dell’imposta sul patrimonio immobiliari (IMU e TASI) aggrava ancor più l’iniquità generazionale, già gravemente compromessa dalla controversa questione previdenziale. L’analisi evidenzia anche, che solo un terzo dei proprietari di abitazione ha figli a carico, quindi una decisione, quella dell’eliminazione dell’imposta patrimoniale, all’antitesi della volontà di aiutare a diminuire il carico fiscale delle famiglie.

 

Tabella n°1 Patrimonio immobiliare italiano per fascia d'età
Fascia d'eta   % proprietari di abitazioni Figli a carico % proprietari di abitazioni
             
fino a 20   0.31%     SI 29.57%
Da 21 a 30   3.26%     NO 70.43%
Da 31 a 50   34.37%        
Da 51 a 70   37.82%        
Oltre 60   24.23%        
             
Totale   100%       100%
Elaborazione Studio Clarus su dati “Gli Immobili in Italia”, Agenzia delle Entrate, 2015

 

Concludendo questa analisi, posso affermare che, per crescere, l’Italia necessita di una rimodulazione dell’intervento fiscale, volto a incentivare la produttività, con una strategia incentrata sulla diminuzione del cuneo fiscale sul lavoro dipendente, e nel sostenere, con crediti fiscali, le imprese che investono in nuove tecnologie, che accrescano la produttività del lavoro. Lo sviluppo del Pil è la principale chiave per la sostenibilità della finanza pubblica italiana, è naturale che nelle condizioni precedentemente elencate, questa è la via su cui l’Italia deve puntare. Per implementare e concentrare tutte gli sforzi su questa strategia, è utile affrontare i deficit strutturali alla radice, come la razionalizzazione degli incentivi fiscali alle imprese, elargiti a “pioggia” e da  indirizzare sui comparti industriali ad alto valore aggiunto, capaci di competere ed esportare il “Made in Italy” nel mondo.

Heidar Dario Kafaie

Economista

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